La letteratura classica sul kitsch continua a fornire alimento per la riflessione attuale[1], anche se è necessario notare che l’atteggiamento contemporaneo ha mutato orientamento: da un atteggiamento spesso sprezzante verso “il “cattivo gusto”, ‘l”arte bassa” e simili, ci si muove ora verso una riconsiderazione e riabilitazione del kitsch[2] come motore sotterraneo dei processi culturali, una sorta di vena nascosta del contemporaneo con cui è impossibile non fare i conti.

Un atteggiamento “organicistico” le cui tracce erano peraltro presenti già nella riflessione precedente: infatti, a fronte di una linea interpretativa decisamente negativa nei confronti del kitsch, quale si può riscontrare negli approcci di Broch o Greenberg, è possibile individuare (Vercellone, Adorno: oltre il Kitsch, in Belpoliti, Marrone, 2020) un atteggiamento diverso ad esempio nel ‘kitsch onirico’ di Benjamin, o nella posizione di Adorno, per il quale:

Il Kitsch dunque […] non va collocato accanto al brutto, al grottesco, al mostruoso. […] È piuttosto uno status pervasivo dell’arte che può o meno emergere. Il Kitsch è in qualche modo coessenziale all’arte.

Un atteggiamento che riconosce nel kitsch un elemento costitutivo delle dinamiche espressive e quindi focalizza l’attenzione sulla soglia indefinibile fra kitsch e non-kitsch, su quella terra di mezzo che sembra rappresentare in modo ambiguo ma pervasivo le inquietudini e le contraddizioni della cultura contemporanea.


[1] Un’esauriente rassegna di sintesi in Belpoliti, Marrone, Kitsch, (2020), che raccoglie passi scelti delle opere classiche più rilevanti, commentati da autori contemporanei che ne evidenziano l’impatto sulle problematiche odierne.

[2] Basti citare l’emblematico titolo The Changing Meaning of Kitsch from Rejection to Acceptance di Ryynänen, Barragán (2023); o quello di Lipovetsky, Serroy (2023), Le nouvel âge du kitsch. Essai sur la civilisation du «trop».