Il termine tecno-kitsch in generale non è molto usato: viene usato per indicare un particolare genere di musica indie; oppure lo si trova nel linguaggio giornalistico per stigmatizzare l’invasione di parole tecnologiche nel lessico quotidiano.
Per quanto riguarda invece l’ambito culturale ed artistico, va rilevato che in molta pubblicistica il termine assume un significato negativo:
- lo usa Žižek ( Il Grande Altro: nazionalismo, godimento, cultura di massa, 1999) per proporre una lettura lacaniana in alternativa alla «liquidazione di Jurassic Park come tecno-kitsch» fatta dalla maggior parte dei critici cinematografici;
- lo troviamo in Mecacci ( L’estetica del pop, 2011) per indicare certi eccessi post-pop dell’architettura californiana della seconda metà del Novecento, da cui prenderà le mosse, distanziandosi, l’opera di Ed Ruscha;
- lo riprende Paolo Fabbri in un’intervista a “Doppiozero”, dove nota che la diffusione del trattamento digitale delle immagini «ne ha facilitato il passaggio nei media e incoraggiato strampalate pretese artistiche: il tecno-kitsch, per l’appunto».

Tuttavia in determinati contesti il termine assume anche una valenza neutra, se non positiva: negli studi sulla cultura orientale, ad esempio, e più particolarmente sulla contemporaneità giapponese, il termine viene usato per mettere in evidenza lo stretto legame organico fra tecnologia, estetica kitsch e cultura di massa:
- Wong (Kitsch, Myth, and Technology: Japanese Art in the West, 2014) nota come «il tecno-kitsch reso popolare da Takashi Murakami» sia in stretto rapporto con il fatto che «la percezione diffusa della “giapponesità” nel mondo occidentale si sia consolidata negli anni Ottanta grazie alla convergenza fra “ibridismo kitsch”, “natura primordiale” e “tecnologie sofisticate”»;
- mentre Spretnak (The Spiritual Dynamic in Modern Art: Art History Reconsidered, 1800 to the Present, 2014), esplorando le correnti spiritualiste che percorrono l’arte moderna, individua in Moriko Mori le componenti religiose e filosofiche orientali che portano alla costruzione di «un allegro universo fantasy popolato da tecno-kitsch e cyber-girls in un contesto di cultura pop».
Quando si parla di tecno-kitsch bisogna ovviamente ricordare che esiste un’ampia bibliografica sul kitsch pre-digitale, di cui studiosi come ad esempio Abraham Moles hanno messo in luce le caratteristiche principali: un generico significato di “cattivo gusto”; la semplificazione (o banalizzazione) storico-critica; il generico sentimentalismo che si ispira a valori universali; la sovrabbondanza e l’artificiosità “barocche”; l’eccesso di decorazioni e orpelli; la destinazione verso un pubblico non particolarmente acculturato; un’estetica genericamente ispirata alla piacevolezza; l’eliminazione degli aspetti problematici e critici della produzione artistica.

La riflessione odierna riprende certamente questi studi, ma considera soprattutto il differenziale portato dall’impatto del digitale su tutto il campo della produzione culturale: definire oggi un’opera come tecno-kitsch dipende non tanto dal giudizio estetico sul tipo di esperienza che offre, quando dalla sua maggiore o minore coerenza con le potenzialità offerte dalla creatività digitale e dagli sviluppi dell’innovazione tecnologica.
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